domenica 30 marzo 2008

Applausi a zia Cita

Cita, dal Guinness all'autobiografia

Lo scimpanzé più famoso del cinema, a 76 anni suonati, vive in California, tra pittura e passeggiate in spiaggia

Cita mentre dipinge
LONDRA - Ricordate Cita, la scimmia più famosa al mondo nonché compagna (cinematografica) di Tarzan in una cinquantina di film? A 76 anni suonati (venne trovato in Africa che era un neonato nell’aprile del 1932), questo scimpanzé maschio, entrato nel Guinness dei Primati come il più anziano esemplare vivente della sua specie, è ancora una gran bellezza e da una decina di anni si sta godendo la meritata pensione nell’assolata Palm Springs, in California, in un centro specializzato, dove si diletta a dipingere (i suoi quadri astratti, con tanto di certificato di autenticità, vengono venduti a 75 sterline, pari a 94 euro, e il denaro ricavato serve per il suo mantenimento), suonare il pianoforte e passeggiare sulla spiaggia. Non solo. Da tempo si dice che stia scrivendo la sua autobiografia, intitolata «Me, Cheeta», e a quanto pare il volume dovrebbe essere dato alle stampe in autunno, anche se la rivista Esquire ne ha annunciato la pubblicazione di alcuni estratti per il prossimo mese.

Cita e Weissmuller
SVOLTA SALUTISTA - Il libro, opera naturalmente di un ghostwriter le cui generalità sono top-secret, racconterà la carriera del longevo scimpanzé in quel di Hollywood (la prima apparizione davanti alla macchina da presa fu nel 1934 per «Tarzan e la compagna», l’ultima nel 1967 per «Il favoloso Dottor Dolitte») e le sue esperienze al fianco di Johnny Weissmuller, senza dubbio il Tarzan più celebre della storia del cinema, ma ci sarà spazio anche per la sua svolta salutista (tutto il contrario dello stile di vita precedente, a base di birra e sigarette) che gli ha permesso di sopravvivere sia a Weissmuller (che morì a 79 anni nel 1984) che a Maureen O’Sullivan (la Jane più famosa del mondo della celluloide, scomparsa nel 1998 all’età di 87 anni). Ma se volete conoscere in anteprima gli originali pensieri del mondo Cita, il Daily Mail ne pubblica oggi un assaggio, per gentile concessione dell’Esquire.

LONGEVITA’ - «Molti scimpanzé si ritirano quando hanno appena dieci anni, perché non vogliono fare quello che viene detto loro. Ma io non volevo finire in un laboratorio con un elettrodo attaccato in fronte».
HOLLYWOOD - «Non posso negare che mi sarebbe piaciuto avere una stella sulla "Walk of Fame", ma ho avuto comunque una carriera ricca e ogni giorno è una benedizione».
LA PITTURA - «Il mondo dell’arte mi ha dato credito con il genere "Ape-stract", ma io preferisco suonare il pianoforte».
STILE DI VITA - «Adesso i miei unici vizi sono gli hamburger e la Coca Cola senza caffeina. Per il resto, faccio scorpacciate di frutta fresca, verdura e cibo per scimmie».
JOHNNY WEISSMULLER - «Il caro, vecchio Johnny era molto più caratterizzato di quanto fossi io. Ricordo che eravamo entrambi in lizza per il ruolo di Terry in "On the Waterfront" ("Fronte del porto") e il direttore del cast disse a Johnny che stava sprecando il suo tempo. Io ricevetti una chiamata, ma poi non se ne fece più nulla. Lui se ne andò per fondare una società di piscine, ma nuotare non ha mai fatto al caso mio».

Simona Marchetti
29 marzo 2008

sabato 29 marzo 2008

Lui può parlare di Tibet


Senza strumentalizzazioni politiche, senza offendere le Olimpiadi e gli uomini, per la libertà ed il rispetto. Come insegnano le montagne. Grazie Reinhold.

Quando il guru sgureggia...

Lo sappiamo: ci sono i rivoluzionari veri e i guru da salotto. C'è chi affronta Marcello dell' Utri de visu, e chi si limita a pontificare su cosa non va in Italia o in Tibet (ma la Palestina non esiste).
Quando il guru non ha più nulla da dire, invece di mettersi un paio di guanti e andare a rimuovere qualche sacchetto di mondezza, diventa apocalittico. Tutto sbagliato, tutto da rifare, basta che lo fate voi. Armiamoci e partite. Poi non trova le firme per i suoi progettini di potere e chiama gli avvocati. Come Silvio Berlusconi o Ferrara. Stessi metodi da guru.
E inizia a sgureggiare. A scrivere che la giustizia deve avere il primato sulla politica.
Stiamo impazzendo ? Siamo tornati a Mosè o Hammurabi ? I sacerdoti hanno una funzione, i giornalisti un'altra, gli amministratori una diversa, i giudici la loro. Sono tutte funzioni politiche.
Ma la decisione politica non viene dai GIUDICI. MAI.
Viene dal popolo. Il popolo voterà a queste elezioni ? Tutta l'incostituzionalità viene annullata.
Da cosa ? Da un atto politico.
Si chiama democrazia, babies. Non si chiama teocrazia del GURU, abbia nome Dalai Lama o Beppe Grillo.

Gli ha scritto il Presidente cinese ? Si è montato la testa. Invece di pensare ai portuali di Genova si dà al Tibet. Ci andasse. Insieme a Mastella, però.

venerdì 28 marzo 2008

Noi che vincemmo

Lui dà ordini al mercato, ora dà ordini alla Chiesa.
Ma se fosse un po' andato di testa ?
Così scrissi nel 2001.

Il ricordo è nitido. Avevo 11 anni e mi intrufolavo nei discorsi dei grandi a tavola.
Leggevo, adoravo leggere, e a volte mi sembrava che molte persone parlassero senza conoscere ciò che dicevano, senza aver letto, ma così, per convinzione o tanto per dire qualcosa. Erano anni molto complicati. Attentati, violenza politica, scandali su ogni attività pubblica, criminalità esasperata.
E si parlava di pena di morte. Spesso. Sin troppo. E io una sera sbottai: “preferirei che io, mio fratello, tutta la mia famiglia, morissimo in un attentato o per mano di rapinatori, piuttosto che sapere che un innocente è morto per una sentenza sbagliata”. Seguì un silenzio attonito, e qualche sguardo d’ammirazione, soprattutto delle signore presenti, mi confermò che i paradossi a volte (non si può essere retorici a 11 anni) spiegano di più di un bel discorso razionale.

Ma soprattutto compresi in quel momento ciò che più tardi mi avrebbero ancor meglio spiegato Eraclito, Bruno, Kant, Popper, Ortega Y Gasset, Bobbio: ero un piccolo liberale europeo, per il quale la libertà è più importante di qualsiasi sicurezza, per il quale il diritto di difesa dell’accusato è più importante del diritto leso dell’accusatore, per il quale .. beh forse mi facevo troppi problemi da adolescente.
Ma oggi mi faccio gli stessi problemi.
Ho sempre osteggiato con tutte le scarse forze intellettuali, economiche e fisiche le teorie comuniste ed ogni forma di fanatismo, esaltando i valori del dubbio, della diversità, ma anche difendendo il diritto di proprietà e l’individualismo borghese: e poi in gran parte sono stato anti.
Anti-papista, in primo luogo. Antifascista, anticomunista. L’ho detto.
Chiaro, laureato in Scienze Politiche, il mio riconoscimento e radicamento nei valori dell’Occidente democratico e liberale, laico e antitotalitario si evidenziavano sempre più.
E con questi valori ci vivi, ci mangi, ti relazioni, ci lavori.
Sembrano temi e definizioni per filosofi, per addetti ai lavori. Non puoi certo parlarci tutte le sere a tavola con gli amici o con la tua ragazza. Ma quando vai a votare te li ritrovi, quando scegli un datore di lavoro (non è sempre lui a scegliere te), quando pensi all’educazione dei figli.
E questi valori vinsero contro quello che vedevo come uno dei principali nemici: l’impero sovietico.
No, per me non era l’impero del Male. Odiavo queste semplificazioni millenaristiche e fanatiche.
Era un esempio, per me tra i più odiosi, di totalitarismo.
Di sottoposizione della libertà umana alla volontà di un’astuta cerchia di despoti: abili nel manipolare coscienze e coercire corpi.
E allora gioii, irrefrenabilmente, al suo progressivo implodere, momento per momento: tutti i suoi errori si mostravano alla luce del sole.
Si sfaldava il suo potere tecnologico (Chernobyl), il potere mediatico (concerto di Micheal Jackson a Mosca), quello istituzionale (in pochi mesi morivano Breznev e Andropov), mentre Gorbaciov doveva arrendersi alle spinte autonomistiche di ogni territorio dell’impero.
Assistetti con orgoglio alla fine dell’Urss. Non avevo fatto molto: qualche contromanifestazione studentesca, qualche volantino “liberale”, qualche articolo contro i vari partiti comunisti locali. Qualche voto nel segreto dell'urna.
Ma era il mio mondo che vinceva.
Il libero mercato, la concorrenza, le libertà civili, il rock, la droga, i video, la mafia, il denaro, la prostituzione, i libri, i film, il jazz.
Le straordinarie e terribili forze del molteplice contro l’assurda volontà di un pensiero unico. Gli orti personali o di quartiere, la coscienza acrobatica.
E via, diciamolo: la modernità.
Noi vincemmo. Alcuni non se ne sono accorti, altri non se ne accorgeranno mai.
Ma non è finita.
Quei signori che chiedono la pena di morte per il sospetto stupratore ci sono ancora.
Quei signori che non permettono ad un maggiorenne di esperimentare stati alterati di coscienza nel proprio domicilio risiedono sulle poltrone di governo. C’è anche chi afferma che contro il terrorismo non è più tempo per il diritto, ma di volontà. E questo signore è il Presidente degli Stati Uniti d’America.
No.
Non abbiamo vinto per trasferire il potere sulle nostri menti e sulle nostre vite da un soviet ad un consiglio di amministrazione.

Si torna ad opporsi. Senza violenza, senza rabbia, ma con metodo e allegria.
Così, inserendo negli eterni ingranaggi del potere piccole pagliuzze: pensieri, piccoli ritardi, disobbedienze, monellerie, mani sporche di marmellata, motti di spirito, teorie disarticolate ma affascinanti. Wu Wei, l'agire senza agire, il niente di speciale.
E poi contro, ogni giorno contro l’omologazione, lo standard, la divisa da vestire a qualunque costo e in qualunque occasione. Contro la risposta immediata, contro il tempo prelevato occultamente.
Destrutturando i proclami, i piani, gli ordini non necessari. Riposizionando i nostri tempi, i nostri bisogni. Educando i figli al rispetto di ogni diversità, e ricordando che il primo discepolo di un uomo giusto, si chiami Cristo o Buddha, fu un criminale, un diverso, uno ai margini.
E’ più difficile ora.
Abbiamo contro le nuove destre autoritarie e dispotiche, abbiamo contro le cittadinanze medie senza più alcuna sicurezza lavorativa, economica e territoriale e quindi fortemente desiderose di ordine e disciplina, abbiamo contro i nostalgici delle utopie totalitarie di destra e di sinistra, i no global, i teorici del mondo perfetto, e, chiaramente, abbiamo contro gli dei di ogni razza e colore.
E ci sentiamo un po’ in colpa, perché ripeto, questo mondo lo abbiamo voluto noi.
Ma non perché fosse gestito così.
Chiaro, i nostalgici sconfitti ridono contenti. "Cosa volevate? E’ questo il capitalismo, questo il destino del mondo liberale e borghese...".
No. Io l’ho vista la libera concorrenza. La sana volontà di migliorare continuamente il proprio stato individuale. Di essere più colto, più preparato. L’ho vista nelle piccole città della mia nazione, come in altri paesi, come nelle letterature.
In molte persone che ogni giorno, non per sentirsi dio, compiono quello che sentono giusto e benefico. Non è questo il punto.
Il problema è che la volontà di sopraffazione e di controllo dell’uomo sull’ uomo non ha confini ne storici ne territoriali, non è di destra o di sinistra, non ha genere o grado.

Si manifesta nel forte e nel debole, nel povero e nel ricco, nel maestro e nell’allievo, nel colto e nell’ignorante, nel maschio e nella donna, nel giovane e nel vecchio, nella famiglia, nella scuola, nelle università, nel luogo di lavoro, negli ospedali, ad ovest, come ad est.

E’ la volontà di potere, chi si genera nella comune paura dell’esistenza umana. Nella mia paura, nel mio paterno stato traditore.
Di fronte (e, come bene ha descritto Wilhelm Reich, nell'essenza umana) risiede l’anelito di libertà, che si nutre della consapevolezza delle bellezza e bontà delle molteplici cose, del piacere dell’intelligenza e della creatività, dell’inutilità di ogni controllo.
E noi sappiamo che la lotta tra libertà e dispotismo sta per ricominciare.
Il nostro unico autentico mito, Prometeo, era da solo contro gli dei, e ci ha dato il fuoco.
Non si è mai spento.

Cesare Beccaria lo ha detto da tempo.

Da Corriere.it
Una prova a favore della funzione rieducativa del carcere. Di quelli veri, chiaramente.

la storia di Siriporn Thaweesuk, condannata nel 2000 a 10 anni

Diventa campionessa mondiale di boxe combattendo dietro alle sbarre

Una thailandese ha iniziato una nuova vita grazie allo sport imparato in carcere. Ora un film sulla vicenda

L'uscita dal carcere di Siriporn Thaweesuk (nationmultimedia.com)
BANGKOK - Da spacciatrice di droga in galera a campionessa del mondo di boxe. Se un soggetto del genere fosse capitato nelle mani di un regista hollywoodiano poteva anche venire cestinato perché inverosimile. Invece questa storia, vera, diventerà un film. La thailandese Siriporn Thaweesuk, condannata nel 2000 a 10 anni di prigione per spaccio di metanfetamine, è diventata sul serio campionessa mondiale di boxe nella categoria "peso mosca leggero" e adesso ha venduto i diritti della sua storia alla casa di produzione cinematografica americana "Women In Focus Production Inc" e presto sarà girato un film ispirato alla sua vita.

ARRESTO E RIEDUCAZIONE- La Thaweesuk, cresciuta a Bangkok in una famiglia estremamente povera, aveva solo sedici anni quando fu arrestata per spaccio di droga. Dopo la dura sentenza di condanna fu portata nel carcere di Tanyaburi, nella provincia di Pathum Thani, a una trentina di chilometri da Bangkok. Sia per difendersi dalle altre detenute sia per seguire un programma di rieducazione la ragazza decise di seguire lezioni di boxe e presto dimostrò di avere un talento naturale per questo sport. Iniziarono i primi incontri e con il nome d'arte «Samson Sor» ottenne diverse vittorie. Il 3 aprile dell'anno scorso, quando era ancora dietro le sbarre, la Thaweesuk ha conquistato il titolo mondiale femminile Wbc sconfiggendo la giapponese Ayaka Miyano in un incontro che si è tenuto nella prigione di Tanyaburi davanti agli occhi di centinaia di detenute.

Siriporn , a sinistra, dopo la firma del contratto per il film sulla sua vita (cbc.ca)
TITOLO E LIBERTA' - Il titolo, che da allora è stato difeso dalla campionessa per ben due volte, non ha dato solo la fama alla giovane tailandese, ma anche la libertà: lo scorso giugno la Thaweesuk ha ottenuto uno sconto di pena, lasciando in anticipo di tre anni il carcere, con la promessa che non toccherà mai più droga. «Vorrei ringraziare il direttore generale del dipartimento di correzione del carcere che mi ha dato una nuova vita» ha confessato in un'intervista ai media tailandese la ventiquattrenne dopo aver firmato il contratto con la "Women In Focus Production Inc". «Quando mi hanno detto che una casa di produzione cinematografica americana voleva fare un film su di me, ho pensato che fosse uno scherzo. Io ero solo una detenuta, ero certa che la mia vita non fosse interessante».

PRODUTTORE - Timothy Zajaros, direttore della casa di produzione che ha acquistato i diritti per il film sulla Thaweesuk non ha voluto svelare i termini del contratto, ma ha sottolineato che si tratterà di una pellicola memorabile: «E' davvero una vita incredibile» ha commentato Zajaros. «Ho letto la sua storia in numerosi giornali e penso che questo film renderà omaggio alle donne thailandesi. La sua storia darà coraggio a tante persone». Il prossimo incontro di boxe della Thaweesuk è previsto ad aprile quando affronterà la giapponese Kayako Ebata a Phnom Penh

Francesco Tortora

giovedì 27 marzo 2008

Messe in scena

Ho appena finito di vedere con la mamma il TG5.
Che non è soltanto un TG ma l'emanazione del Tempio della SACRA PAR CONDICIO.
Ciò che fanno i cinesi a Lhasa sono messe in scena. Le strette di mano tra Bush e il Dalai Lama sono eventi storici. I disordini dei monaci buddhisti esempi da imitare.
C'è un giornalista del TG5 che conosce la pratica del wuwei ?
Non credo.
Non c'era Paola Rivetta e quindi il tutto era meno sopportabile del solito.
Poichè i soldi delle Olimpiadi vanno a Murdoch, boicottiamole.
Il messaggio era questo.

Vi ricordate la messa in scena di Genova ? E quella di Napoli ?
Ahh, ma li erano cristiani,poveri cristiani: mica buddisti.
Il TG5 sta diventando buddista. Fossi il Santo Padre comincerei a preoccuparmi.



Basta esser tibetani per essere compatiti e non arrestati.
La prossima reincarnazione del Lama sarà una donna e si chiamerà Luciana Lama.

L'agendina di Grillo: lettera H - Hu Jintao

I marziani esistono. Io sono un marziano. They live, Essi vivono. Un film di John Carpenter, ve lo ricordate ?
Scrivo a persone chiedendo se hanno visto Report. Silenzio.
Telefono ad un amico e gli dico se ha letto la risposta di un ex-italiano a Londra che distrugge (ove ce ne fosse bisogno) la nostra immagine all'estero e quella del capo della PDL. Si vabbeh, se senti Grillo. Ma che te sei ammattito ?
Guardo Annozero. Un reietto.
Ho deciso: cambio rubrica telefonica. E' meglio.

Intanto Grillo, come Richar Gere, Nancy Pelosi e altri è finito sull'agenda del leader cinese Hu Jintao, che gli ha scritto: "Ritengo di grande importanza che i leader che influenzano l’opinione pubblica, come voi siete, conoscano la verità sul Tibet".
Un grande passo per la Cina. Un piccolo passo per me. Da domani quando mi diranno "Grillo chi" ? Gli risponderò: quello che va in Cina alle Olimpiadi invitato da Hu Jintao, non come te barbùn, imboscato dal tuo boss.

Sto vedendo due italie, tre, quattro. In nessuna comunicazione fra loro.
Autistiche. Autoreferenziate. Poi c'è la rete, c'è beppegrillo.it, c'è Roberto Saviano, i migliaia di volontari che raccolgono video su youtube.
Vediamo chi esiste.

martedì 25 marzo 2008

La realtà supera la fantasia.

Il bel titolo originale della raccolta di articoli di Chuck Palahniuk pubblicata in Italia da Mondadori come "La scimmia pensa. La scimmia fa" ci dice che la realtà è più forte della fantasia.
Lui parla con un amico, magari con Marylin Manson (che è un educatissimo signore californiano) e poi inventa una storia, su un qualcosa di reale che è molto più bello e più intenso della sua storia.
E' stato Palahniuck il primo a parlare di chi si suicida o si provoca lesioni sul lavoro per andare avanti con i soldi dell'assicurazione. E' stato sempre Chuck a parlare dell'omosessualità tra i sommergibilisti [sic!].
Nel suo reading romano al Festival delle Letterature dello scorso anno ha mostrato come la vita autentica è la fonte di tutti i redditi artistici dei letterati, di serie A fino alla Z.
Il Titanic ha fatto guadagnare migliaia di produttori e di superstiti alla tragedia.
Poi è finito al cinema. Grande successo. Poi si son fatti i film porno.
Tutta l'industria del multimedia si basa su sequel, prequel, spin off. Come la nostra vita.
Il prequel sono i nonni, il sequel i figli, gli spin off le amanti e gli altri membri del clan.
Semplice. Palahniuck ci dice che non abbiamo motivo di prendercela con gli altri.
Siamo quello che facciamo. Facciamo quello che siamo.
Lui è una persona libera che ha parlato dei Fight Club. Ora dice che il Fight Club è da stupidi.
perchè grazie ai Fight Club si sono aperte milioni di possibilità e di attività. Se non le si vuole coglierle è PERCHE' non si vuole farlo: basta coi GOMBLOTTI.
E James Ellroy ha sempre sostenuto che Kennedy sia morto perchè Jacqueline non sopportava le corna: altro che storie. Scrittori di successo.
Ma questa non l' avrebbero saputa inventare neppure loro.

da 24ore AGIpress

Gerusalemme, 19:21

M.O.: GAY PALESTINESE VIVRA' CON IL FIDANZATO ISRAELIANO

Storia d'amore intensa e alternativa con lieto fine (nonostante il teatro fosse tra i piu' pericolosi e ostili del mondo): dopo otto anni d'attesa, un gay palestinese ha ottenuto il permesso di vivere a Tel Aviv con il suo fidanzato israeliano. Il giovane ha 33 anni e vive nella zona di Jenin, in un ambiente -quello palestinese- poco favorevole alle relazioni omosessuali, tanto meno con partner israeliani. Steso un velo di segretezza sui nomi dei protagonisti, la storia e' stata raccontata dal quotidiano israeliano 'Yediot Ahronot'. Anni fa il palestinese aveva inviato un lettera al ministero dell'Interno per chiedere il permesso di trasferirsi in Israele e vivere con l'uomo -un ingegnere informatico 40enne- che e' il suo partner da otto anni.

Ma secondo 'Yediot Ahronot', finora non aveva ricevuto alcuna risposta. Finche' l'omosessuale palestinese non ha deciso di scrivere direttamente al generale Yossef Mishlav, coordinatore militare in Cisgiordania e a Gaza, chiedendo un permesso speciale e temporaneo: la sua vita -spiegava nella lettera- era in pericolo dopo che la sua famiglia aveva scoperto la relazione omosessuale. Di solito e' praticamente impossibile per i palestinesi che vivono in Cisgiordania ottenere il permesso di viaggio in Israele.

E invece, con un 'via libera' decisamente raro, il generale Mishlav gli ha consenti di raggiungere il fidanzato a Tel Aviv. Il giovane, che e' stato interrogato anche dallo Shin Beth sulle sue intenzioni, dovra' rinnovare l'autorizzazione ogni mese, in attesa del permesso definitivo del ministero dell'Interno. Nonostante la temporaneita' del permesso, la coppia sembra molto felice: "Sono malato di cuore e ho bisogno del mio partner accanto", ha spiegato al quotidiano israeliano, il giovane israeliano. Adesso i due vivranno insieme a Tel Aviv, la citta' mediorientale piu' tollerante con l'omosessualita', teatro ogni anno di una colorata e vivace sfilata dell''orgoglio gay'.

Contro il marketing della morte

Pacifichiamoci. Stamo boni. Karma, chill out. Come dicono i pischelli.
Che oggi il cinema lo fanno tutti. Fra un po' anche l'isola di Pasqua diventerà un location per soap opera. Poi è la storia a parlare, non il cinema. La Germania ha seguito il modello kelseniano e federalista. Una delle maggiori nazioni al mondo per civiltà e prosperità.
Israele ha seguito il modello casinista proporzionalista all' italiana. Rabin, come Gesù Cristo è stato ucciso dal suo popolo, mica da Bin Laden.
I modelli istituzionali contano.
Nessuno dimentica l'eccidio delle Fosse Ardeatine. Neppure in Libano, neppure sulla striscia di Gaza dimenticano nulla. La rimozione non abita più qui.
Rimuovete i rifiuti tossici campani, please. Che mi sembra una Chernobil italiana.



Massacrare non conviene più a nessuno...

Chi era a dire che la scienza divide e la fede unisce ? Chi ? Zi..chi chi ?
Io tutti sti scienziati guerrafondai non li ho conosciuti. Tutta gente tranquilla più del Dalai Lama.
Poi chiaro, se invece di usare le cellule staminali per curare il Parkinson riproducete esseri umani la colpa non è dei genetisti. A Roma si compivano eccidi, nel 1942-1943. Molto maggiori degli eccidi tibetani. Basta vedere lo stupendo film "La finestra di fronte", giustamente pluripremiato.

Un tempo le grandi tragedie, i massacri, i terremoti erano anche utilizzati per sparire. Crearsi una nuova identità.
Scampare alla galera. Niente. Non si può più fare. C'è la prova del DNA.

Nessuno può nascondersi o dimenticare. Non può neppure provarci.
Ah, la gaja scienza. Tempi duri per i guru, dopo la mappatura.
Basta un capello per distruggere una leggenda.

da Messaggero.it

Fosse Ardeatine, la salma 329 non è di Moscati
Napolitano: «Non dimenticheremo mai»

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (foto Mauro Scrobogna -Ap)

ROMA (25 marzo) - Non è di Marco Moscati la “salma 329”, vittima dell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Lo ha rivelato l'esame del Dna svolto sui resti del corpo dopo che i parenti di Moscati ne avevano chiesto il riconoscimento. Moscati era un partigiano che operava nell'area dei Castelli romani. E proprio oggi il presidente della Repubblica Napolitano per il 64esimo anniversario ha commentato: «Qui è accaduto qualcosa che non dimenticheremo mai, come non dimenticheremo mai coloro che hanno sacrificato la loro vita». Così il presidente della Repubblica ha ricordato l'eccidio delle Fosse Ardeatine durante la cerimonia commemorativa.

«Il martirio delle Fosse Ardeatine è il fatto più rappresentativo di una vicenda terribile di persecuzione e di ricorso al crimine più efferato - ha proseguito Napolitano - da parte dei nazisti occupanti e da parte di chi li aiutava in questa tristissima impresa». La cerimonia è iniziata poco dopo le 9. Il presidente della Repubblica ha deposto, come da tradizione, la corona in ricordo delle 335 vittime uccise dai nazisti per rappresaglia in conseguenza dell'attentato di via Rasella. A prendere per prima la parola la presidente dell'Anfim, Rosina Stame, che ha sottolineato come «il dialogo tra i popoli e gli Stati è la concretizzazione della democrazia e della pace, perché quel terribile passato che abbiamo vissuto non deve ripetersi mai più».

Alla cerimonia erano presenti oltre al presidente Napolitano, anche il presidente del Senato Franco Marini, il presidente della Camera Fausto Bertinotti, il ministro Arturo Parisi e il vice premier e candidato sindaco di Roma Francesco Rutelli, il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, il presidente e il portavoce della Comunità ebraica di Roma, Leone Paserman e Riccardo Pacifici, il commissario straordinario di Roma, Mario Morcone, il prefetto Carlo Mosca, il candidato sindaco per il Pdl, Gianni Alemanno e quello dell'Udc, Luciano Ciocchetti. Presenti anche numerosi ex partigiani con stendardi dell'Anpi.

Rutelli. «Oggi siamo un Paese libero anche grazie al sacrificio dei 335 che furono gettati qui come bestie, come persone a cui era tolta ogni dignità. Dalla loro dignità ricaviamo la nostra libertà» ha affermato il vicepremier e candidato sindaco del Pd, Francesco Rutelli, a margine della cerimonia.

Alemanno. «Le Fosse Ardeatine sono il cuore della Roma moderna e ci richiamano alla memoria, ai principi di tolleranza e a comprendere quanto questa città abbia tante identità e tante culture» ha spiegato il candidato sindaco del Pdl, Gianni Alemanno.

Ciocchetti. «È giusto essere qui, non bisogna dimenticare e occorre dare un segnale preciso ai nostri nipoti» ha ricordato il candidato dell'Udc a sindaco di Roma, Luciano Ciocchetti. «È un monito importante - ha aggiunto - su cui riflettere anche per altre parti del mondo».

Paserman: «Reagire all'indifferenza». «Oggi bisogna reagire all'indifferenza» ha detto il presidente della comunità ebraica di Roma, Leone Paserman, deponendo una corona di alloro presso la Sinagoga capitolina in ricordo delle vittime delle Fosse Ardeatine. «Negli anni della persecuzione - ha spiegato Paserman - la colpa delittuosa è stata riconducibile anche all'indifferenza di tante persone che sapevano e non hanno fatto nulla».

Dna: non è di Moscati la salma 329 Tra i 75 ebrei della Judenliste compilata da Kappler, restano dunque identificate 74 salme. L'ultima, che si pensava potesse appartenere a Marco Moscati, nato a Roma il 1 luglio 1916, di professione venditore ambulante, partigiano che operava ai Castelli Romani. La ricerca è stata condotta dai genetisti dell'università di Tor Vergata, guidati da Giuseppe Novelli, su
richiesta dei fratelli Angelo e Pellegrino Moscati avanzata il 6 giungo 2006, ritenendo che i resti del sarcofago 329, contrassegnato da una stella di David, appartenessero al loro fratello Marco, partigiano nei Castelli Romani arrestato il 18 febbraio 1944 e condotto prima nel carcere di via Tasso e successivamente trasferito in quello di Regina Coeli. La conclusione dello studio è che le sequenze del Dna estratto dal femore e dagli sciacqui buccali dei fratelli Moscati mostrano molteplici differenze. Una condizione che rivela la «non compatibilità biologica» tra i campioni di Dna estratto ai fratelli Moscati e quello estratto dal frammento di osso della salma 329.

lunedì 24 marzo 2008

Gli amici di Radio Londra

radio londra
Oggi lunedì 24 marzo 2008 è stato aggiornato [n. 04]
Critica
liberale
il sito della sinistra liberale italiana
all’indirizzo www.criticaliberale.it
vi segnaliamo
orientamenti
13. i laici per grillini sindaco e il voto disgiunto
gli spilli
GOVERNO AD PERSONAM – DIFENDERE L’ARCORIETA’ DELL’ALITALIA - SPILLO SERIO PER IL TIBET - CON 30 EURO IL PAESE SI SAREBBE SALVATO
la lepre marzolina
forum: detti & contraddetti
interventi di O. Carabini - F. Orlando – E. Noseda - M. Bancaro - P. Pellizzetti - Italia laica - Federazione donne evangeliche in Italia - M. Di Carlo - G. Cassano

[nel forum il “diario elettorale” di e.ma.]
novità in
che facciamo (attività – hanno detto di noi - diario) - appuntamenti – quaderni di critica - italialaica
sono usciti l’11 marzo in libreria i “libelli”:
NORBERTO BOBBIO,
CONTRO I NUOVI DISPOTISMI. Scritti sul berlusconismo
premessa di Enzo Marzo - postfazione di Franco Sbarberi

*
FRANÇOIS LA MOTHE LE VAYER - ADRIEN DE MONLUC - CLAUDE LE PETIT
L'ANTRO DELLE NINFE
a cura di Jean-Pierre Cavaillé
7 FATTI LAICI: la nuova piattaforma del laicismo italiano
l’elenco di firme individuali e di associazioni
LIBERALISMO: il portale del liberalismo italiano
saggi vecchi e nuovi, la biblioteca online
[IN DISTRIBUZIONE L’ULTIMO NUMERO
DI CRITICA LIBERALE, N. 147]
***
ISCRIVETEVI A CRITICA LIBERALE: 50 EURO (con abbonamento)
ABBONATEVI A CRITICA LIBERALE: 30 EURO ANNUI

Er frutto de la predica

Se gli amici mi mandassero belle foto della statua di Pasquino, si potrebbe tentare poi di dimostrare che i Blog non li abbiamo inventati noi.
Un semplice invito :-)

Intanto, poésia:

Er frutto de la predica
Giuseppe Gioacchino Belli, 29 novembre 1834, da I sonetti

Letto ch’ebbe er Vangelo, in piede in piede
quer bon Padre Curato tanto dotto
se1 piantò cco le chiappe sul paliotto
a spiegà li misteri de la fede.

Ce li vortò de sopra e ppoi de sotto:
ciariccontò2 la cosa come aggnede3;
e de bbone raggione sce ne diede
piú assai de sei via otto quarantotto.

Riccontò ’na carretta de parabbole,
e cce ne fesce poi la spiegazzione,
come fa er Casamia doppo le gabbole4.

Inzomma, da la predica de jjeri,
ggira che tt’ariggira, in concrusione
venissimo5 a ccapí cche ssò6 mmisteri.

(1: Si; 2: Ci raccontò; 3: Andò; 4: Cabale dell’astronomo Casamia per il gioco del lotto; 5: Venimmo; 6: Sono)

Quasi quasi mi faccio uno shampoo...



Il XIX secolo fu il secolo della ferrovia e degli ingegneri, il XX secolo dei psico-qualcosa e degli economisti (ancora stiamo contando le vittime), speriamo che il XXI sia il secolo delle sciampiste. Sul serio. Ci ho parlato. Sono delle brave ragazze. Vogliono la famiglia ed avere dei figli. Che bello. Oggi puoi fare figli in tutto il mondo.
Coi voli low-cost. Se uno ha sostanze e discernimento può fare un figlio per ogni fuso orario. Poi, quando cresceranno, avranno dei problemi di orientamento, di educazione. Ma che importa ? L'importante è fare figli.
Chi lo dice ? Tutti quelli che non li hanno. Logico.

Comunque diamo il benvenuto nella community ad un nuovo cristiano.
E' una cosa bella. E' molto famoso Cristiano Ronaldo e lo diventerà sicuramente anche Magdi Cristiano Allam. Bel nome. Bella lì, come dicono i giovani.
Bell'acronimo. Hi M.C.A., give me five !

Uay emsiai...Y.M.C.A.

i Village People.
Mitici.

Il Penguin Club ancor di più.



Certo, la nonna diceva "sta attento ai convertiti, ai rinnegati, ai poveri arricchiti e ai ricchi in povertà caduti".

Ma nonna non aveva Youtube.
Do you tube ? Yes, I tube, with my basso tuba. Tubo come un piccione sampietrino.
E poi ?
Quasi quasi mi faccio uno shampoo.



n.b. I diritti delle meravigliose fotografie e dei video, che sono utilizzati al solo scopo di citazione, sono dei rispettivi artisti e delle loro agenzie.
Come è sempre stato. Anche prima che inventassero il copyright. (Ma i diritti di copyright sul marchio copyright chi li detiene ?)
Caffè. Stamattina non riesco a svegliarmi.

domenica 23 marzo 2008

Quanto ancora dovremo tollerare le follie del XIX secolo ?


Ho dato la Buona Pasqua a poche persone oggi.
Agli sconosciuti e a coloro che conosco che non c'entrano nulla con l'Iraq.
A quelli che c'entrano con l'Iraq non si può augurare nulla.
Non conoscono il significato di AUGURIO.
Perchè sprecare energia e fiato ?
Contate i morti in Iraq. Non è stato per il petrolio, non è stato per i soldi.
E' il solito genocidio. Idee del XIX secolo, sia di destra che di sinistra.
Filosofi del XIX secolo. Ancora da mandare a memoria per superare un esame universitario.
Loro sono morti. E continuano ad uccidere.

Il Massimo poeta


da Repubblica.it

Dodici poesie e una musicassetta dentro un vecchia busta: è il materiale che Enzo Decaro
ha riportato alla luce. Esce il 4 aprile "Poeta Massimo". Omaggio all'amico scomparso
"Il mio cuore malandato..."
i versi di Troisi diventano canzoni

"Il mio cuore malandato..."
i versi di Troisi diventano canzoni

di SILVANA MAZZOCCHI

Versi fatti riemergere trent'anni dopo con quella gioia sofferta e discreta che solo una grande amicizia permette. Dodici canzoni scritte da Massimo Troisi insieme con Enzo Decaro nel 1975, all'inizio del loro sodalizio artistico, prima del grande successo toccato alla Smorfia, quando il trio Troisi-Arena-Decaro conquistò la notorietà grazie alla radio e alla tv. Dodici poesie, rimaste finora sconosciute, che Troisi aveva musicato con il suo amico chitarrista Vincenzo Purcaro (in arte Decaro). Una sfida lanciata con ironia e dedizione, in una stagione lontana intrecciata di passioni, speranze e utopie. Il disco, Poeta Massimo, in uscita il 4 aprile, verrà presentato in contemporanea al ministero dei Beni culturali. "Eravamo due ragazzi che cercavano la loro strada. E le canzoni, la musica erano una delle tante possibili. Ci vedevamo dove capitava, Massimo buttava giù un'idea e se ne parlava, se ne discuteva".

"A volte - continua Decaro - i versi gli venivano di getto, altre volte preferiva tornarci su per conto suo, li cancellava, li correggeva, me li rimandava. E io a lui, all'infinito. Ho conservato queste nostre carte per così tanto tempo; poi, improvvisamente, è accaduto un piccolo episodio, qualcosa che mi ha fatto cadere addosso la necessità di affrontare quel capitolo della nostra vita. Ho sentito l'urgenza di rendere nota una pagina importante e ancora inedita della carriera artistica di Massimo. Per me è stato un po' come finire "un compito di testimonianza" di cui sono solo per caso il protagonista di servizio, il tramite per offrire al pubblico, soprattutto a quello più giovane, le prove del grande valore poetico di Massimo. Quello venuto fuori completamente con Il Postino".

Decaro, smaliziato attore di fiction e cinema, quando parla del Poeta Massimo, perde l'abituale disinvoltura. Ricorda con pudore quello che accadde tre anni fa e le ragioni che lo hanno convinto a riesumare quei versi altrimenti destinati al silenzio. "Una sera ero con i miei figli e guidavo lungo una superstrada quando mi sono trovato davanti un'auto che aveva imboccato in senso inverso la mia corsia di sorpasso. Evitai per miracolo l'incidente, ma in quel momento mi sono visto scorrere la vita davanti, compreso quello che ognuno sa, che siamo solo in affitto e che dobbiamo tenere sempre la valigia pronta, per lasciare tutto a posto. Mi venne un tarlo: e se mi fosse successo davvero qualcosa, chi avrebbe più trovato le carte di Massimo?". "Allora - continua Decaro - sono andato ad aprire la cassaforte degli affetti. I suoi manoscritti li avevo tenuti in una busta. Mi sono sorpreso che fossero tutti lì, intatti, nonostante le innumerevoli case che avevo cambiato e i tanti traslochi che avevo fatto. Ma la vera sorpresa è stato ritrovare una cassetta audio, una di quelle musicassette che si usavano all'epoca, con incisi i testi e le musiche che avevamo scritto insieme". Il disco artigianale di quei due ragazzi del '75, "quelli della foto". Grazie alla suggestione dei ricordi, cantando quei versi, Decaro si è sentito come "il ragazzo di allora". "Cose preziose, rare. Noi non scrivevamo mai niente: figuriamoci che, nel caso della Smorfia, abbiamo letto i nostri testi la prima volta solo quando li ha pubblicati Einaudi. La casa editrice li aveva presi dai canovacci che usavamo in teatro, prima di registrare lo spettacolo per la tv".

Dodici le canzoni. E una tredicesima rimasta inedita. "Ce l'aveva un nipote di Massimo, l'ha tirata fuori quando gli ho fatto sentire la cassetta ritrovata. Si chiama Ammore a prima vista. Mi sono subito ricordato quando ci avevamo lavorato e come l'avevamo abbozzata, ma il disco era ormai quasi finito ed era troppo tardi per inserirla. Realizzarlo è stato faticoso, anche se si è rivelata una straordinaria opportunità. Ho avuto il privilegio di mettermi in relazione con quella parte di Massimo alla quale sono stato sempre legato, quella poetica, quella che, con emozione e trasalimento, ormai tanti anni fa vidi coronata nel Postino". Assicura Decaro che ha osato riprendere i versi di Troisi "tanto tempo dopo la scomparsa di Massimo" proprio perché convinto di averci ritrovato dentro le stesse atmosfere del film più amato. "Altrimenti non sarei mai riuscito a farcela. Da una parte questa cosa mi dava una grande gioia, ma dall'altra anche una grande sofferenza; non mi sentivo ancora pronto al distacco, e non lo sarò mai. Alla fine mi sono messo al lavoro solo grazie ai compagni di strada eccezionali che ho incontrato. Nella cassetta del '75 c'erano già tutte le nostre canzoni, in diversi stati d'elaborazione. Io le cantavo accennando appena la musica con la chitarra. Ci sono servite come traccia, ma per svilupparle ho voluto trovare dei musicisti veri, in grado di rispettare lo spirito dell'epoca e di restituirle a una dimensione musicale più attuale. C'era il rischio che risultassero datate, sebbene i testi siano poesia pura e dunque senza tempo, soprattutto quelle che parlano d'amore o di sociale. Ho cercato i musicisti migliori, che hanno saputo trovare la giusta atmosfera. E tutti sono riusciti a dare un contributo mirato, prezioso e particolare. Anche se, per raggiungere lo scopo, i tempi sono diventati spesso lunghissimi; solo per avere Paolo Fresu ci sono voluti quattro mesi. Ma Quanta brava gente ha un assolo di tromba struggente, meraviglioso". Un lavoro scandito da pause ripetute e accelerazioni improvvise. "Ogni pezzo è stato un'avventura. Le canzoni di Massimo hanno funzionato un po' come il fuoco di Prometeo: i testi e le note della cassetta accendevano in chi si avvicinava una luce alla quale si aggiungeva sempre altro, in piena sintonia. E, alla fine, ogni musicista è riuscito a portare qualcosa di originale, pur rispettando la luce iniziale e quel filo a matita già così ben delineato. Le parole delle canzoni si sono rivelate poco importanti, mentre determinante è stato il loro potere taumaturgico; è stato come se ognuno di loro si fosse trovato a collaborare direttamente con Massimo. E siamo riusciti a garantire al disco testi originali e vena poetica".

Materiale grezzo, testi in bella copia e versi fitti di cancellature. "Alcuni, lo ricordo bene, erano venuti fuori in modo particolarmente sofferto. Rimpianto, è uno di questi. Massimo scrisse questa canzone una sera, dopo aver parlato a lungo con me di sua madre, che aveva perso da bambino. Fu l'unica, volta che mi confidò questo aspetto così privato di sé: dentro quei versi di ragazzo c'era già il Troisi del futuro, il geniale esploratore della grande tradizione napoletana, il raffinato interprete di "Ricomincio da tre", l'attore, lo sceneggiatore, il regista dei film successivi che avrebbe toccato l'eccellenza della sua vena poetica con Il Postino, generalmente considerato il suo testamento artistico. "La sua idea della scrittura, il suo atteggiamento rispetto alle cose era sempre diverso, profondo. E cercare di ritirarlo fuori è stato un esperimento. Quando eravamo insieme, era come se, con Massimo, non ci fosse mai tregua, mai pace. Lui era alla continua ricerca di un punto di vista personale sulle cose che contano, sulla vita. E, nei suoi versi, questa ricerca è evidente. Come avviene con la poesia che, quando è vera, non è mai banale".

Si commuove Decaro quando ricorda che "Il Postino" fu contemporaneo alla scomparsa dell'amico (Troisi morì il 24 giugno del 1994 a soli quarantuno anni, il giorno dopo aver terminato il film che avrebbe ottenuto quattro nomination all'Oscar). "Il Postino per me è la sua opera migliore; c'era dentro lo stesso Massimo che, con la sua poesia e il suo talento, ho ritrovato nelle nostre canzoni e il mio rammarico, anzi di più, è non sapere verso quale direzione sarebbe andato se non fosse morto. Perché da quel grado di poesia non sarebbe certo potuto tornare indietro. E allora avrebbe dovuto fare i conti con la sua grandezza, la stessa che emanava da ragazzo, quando l'ho conosciuto, la stessa che mi aveva sedotto e conquistato. Erano rimaste silenziose quelle canzoni; da allora nessuno le aveva mai più ascoltate, né gli amici ne avevano mai più parlato. "Ho ritrovato anche un paio di testi di Lello Arena, glieli devo restituire, gli appartengono. È che ci lasciammo tutto alle spalle e la canzone era per noi un'esperienza finita. Due anni dopo esplose La Smorfia, arrivò il successo e ci travolse. Improvvisamente venivamo pagati per fare quello per cui normalmente pagavamo noi. Eravamo entusiasti e non avevamo tempo per altro. In seguito ci siamo visti in modo discontinuo, purtroppo. Mentre adesso, con queste canzoni, attraverso un percorso circolare e perfetto, si è finalmente chiuso in cerchio il ciclo poetico di Massimo.

(23 marzo 2008)

sabato 22 marzo 2008

Welcome to the human network


Le grandi imprese, le terribili MULTINAZIONALI, che in Italia temiamo più delle organizzazioni criminali lo hanno capito. Mi è molto piaciuto il nuovo slogan della CISCO Systems Inc. : Welcome to the human network.
E' chiaro: ormai, anche se sono artigiano specializzato lavorerò meglio con colleghi all'estero, grazie alle connessioni ed ai servizi postali privati, che con un mio parente o vicino di casa che non ha voglia di lavorare. I lavoratori (quelli che hanno voglia di lavorare) sono uniti, globali e interconnessi. Vanno a trovare i loro colleghi in Toscana e li invitano a Vacounver. Si scambiano merci e servizi come forma di baratto globale, infischiandosene degli economisti premoderni, così come Casini e Ferrando se ne infischiano dei sondaggisti. Gli esseri umani stanno costruendo network di amicizia, lavoro e intelligenze. I dinosauri parlano di PIL, senza averne più neppure sullo stomaco. Non è un caso che il punto di riferimento di Mario Capanna sia diventato Emanuuele Severino. Si danno ragione a vicenda i dinosauri, gli autoreferenziati da convegno di parrocchia poco frequentata.
In questo momento le idee più intelligenti sull'Italia le stanno esprimendo i diversi blogger sparsi per il paese reale. Io valuto l'Angolo dei giornalisti de La Stampa.it uno dei migliori esperimenti di giornalismo sul web realizzato in Italia.
Netmonitor di Repubblica.it è semplicemente perfetto.
Insomma: sto human network funziona. Et pour cause.
Funziona da oltre 5.000 anni. Ci mancherebbe.

giovedì 20 marzo 2008

Se non fai il bravo viene l'orco cattivo....

Cosa c'è di più bello dell'età evolutiva ?
Ti evolvi.Sbagli, dissobedisci, fai il bravo, dici di si, dici di no.
E capisci in che mondo stai.
Ti relazioni. Ti parametri con l'esterno.
E' un concetto che l'ONU non conosce. Parla, nei suoi atti ufficiali a tutela dell'infanzia, del bambino come "persona". Poi saltano in aria i bambini a Beirut, ma quelli non li conosciamo.
Età evolutiva. Provo a spiegare cosa si intende per età evolutiva nella città di Roma.

Pupetto/a
= bello de mamma e core de papà (o viceversa).
Per i maschi fino a 4-5 anni.
Per le femmine fino a 19 (colpa dei genitori).


Regazzino
= bambino in età scolare.

Si perdonano le marachelle, ma si puniscono gli errori che causano danno ad altri.

n.b.
Occhio che a Roma si diventa Ragazzine ufficialmente e per legge a 18 anni. Perchè? Perchè le regazzine fanno i ragazzini (bimba, se nun hai capito perchè siamo usciti è corpa de tu madre e de tu padre).
Fino a Regazzino si crede ancora a babbo Natale. Gli zii, se perdi al gioco, ti sostengono la borsa.


Pischello
= adolescente che vive la vita urbana, coi suoi pericoli e le sue piacevolezze.
Da tenere d'occhio, ma anche da vederlo evolvere. Senza disobbedienze come si evolve sto pischello ? Vedemo che fà.

Per me, oggi, a Roma si è "pischelli" dai 16 ai 35 anni.
Perchè ? Troppe informazioni. Troppi scenari evolutivi. TV, internet, riviste, giornali, youtube, playstation, pischelle. C'è troppo da fare e da selezionare.
Ci vuole tempo. Troppe informazioni non controllabili ne verificabili.

La cosa bella dell'età pischellare è che è quasi uguale per maschi e femmine.
Sei pischella a 16 e lo rimani fino a 22 (colpa dei genitori).
Sei pischello a 16 e se lo rimani fino a 30 hai già perso quattro-cinque treni per evolverti.

Poi il gioco si fa duro.
Siamo a Roma. L'unica città al mondo che ha uno Stato dentro di se.
Uno stato millenario. Un re. Una monarchia autocratica. Mica giochi.
Il diritto è stato inventato qui. Poi ogni tanto qualcuno dice che è tramontato.
Ma non è il diritto ad essere tramontato. E' chi lo dice che è diventato illegale.
Siamo a Roma. Al cospetto delle ambasciate di tutto il mondo.
Se si continua a fare i pischelli dopo i 35 anni, se perdi a poker paghi.

Poi ci sono gli illuminati. Quelli che stanno nelle sette segrete.
Quelli che conoscono le lingue, leggono i giornali e i siti esteri. Quelli lì.
Leggi l'Herald Tribune ? Sei un ILLUMINATO.
No. Sono un informato. By Jove.

Tutto questo come premessa alla battuta fulminante esclamata da un cittadino romano di circa 50 anni ma ben tenuti contro un ragazzino di 10 anni, che aveva fatto qualcosa di sbagliato o di non corretto.
Non dirò il nome, per ovvie ragioni di privacy. Vicino ad un'edicola al Pigneto.
Vedo er regazzino correre spaventato. E dietro il signore ad apostrofarlo: "Ah...(pausa).. regazzì, prima t'acchiappo e poi te faccio menà da Bin Laden".

Applausi.

Tema in classe: Ferrara


Ferrara è una splendida città. Ma oggi non voglio parlare della città, come forse è insito nella traccia del tema proposto.
Ferrara come territorio, come spazio e come comunità sono importanti per il mio Paese e per l'umanità globale. Voglio invece parlare di quello che è inutile al pensiero, all'azione ed anche alla convivenza civile. Giuliano Ferrara. Se fosse soltanto inutile non ne parlerei. Purtroppo è dannoso. Nocivo. Nuoce: a se stesso e agli altri.
Provoca suicidi, condanne a morte, o peggio, alla perdita di dignità, cortine di ferro fatte di piccoli ricatti di una borghesia che non esiste più. Altre borghesie operano e lottano. Giuliano Ferrara è in lotta continua con se stesso. Il problema è che in questa lotta folle e disperata procura danni. Ingenti.

Giuliano Ferrara.

"Per me la guerra in Iraq resta sacrosanta, un percorso giusto contro l’ islamismo fondamentalista e contro il terrorismo".


Sempre Giuliano Ferrara (il tautologo).

Ogni vita è sacra.

Io ritengo che la signora Franzoni non dovrebbe stare in carcere. Un ospedale psichiatrico e i dovuti affiancamenti psicologici, senza entrare in contatto con il mondo carcerario, forse potrebbero restituirci un essere umano tra due-tre anni.

Poi si fà un referendum propositivo una tantum. Dove volete che vada Giuliano Ferrara ? Io una proposta l'avrei. In Tibet.
Ma credo che anche loro non lo tollererebbero. Perchè lo sappiamo. Ogni tolleranza ha un limite.

Ma godiamoci Ferrara. L'Unesco la protegge. Anche da Giuliano Ferrara.

domenica 16 marzo 2008

Se proprio si vuole ricordare i martiri...

Stanotte su RaiSatExtra si ritrasmettevano i discorsi del 1968 di Aldo Moro.
Allora alcuni giornalisti ignoranti lo tacciavano di ermetismo: oggi quei discorsi appaiono chiarissimi a tutti. Il problema è sempre essere o non essere. Embedded.

Così anche le carte del Foreign Office hanno perso la ceralacca. Ma non se ne parla.
Aldo Moro: uno statista.

Quarant'anni dopo, un'idea: per questo popolo, forse, non vale la pena di morire.




sabato 15 marzo 2008

Magie tibetane

Vedete ? Accadono strani fenomeni in Italia.
Ci sono alcuni che parlano di esseri umani solo per trasformarli in voti elettorali.
O euro sonanti: una pensione, un'eredità.
E ci sono distorsioni di significato.

Questi, ad esempio, non sono bambini.

zingari

Neppure questo è un bambino. E quella non è sua madre.

palestinesi

Questo è il risultato finale di un normale incendio in Libano.

libano

E questa è una bambina che gioca. Sempre in Libano.

bambina libanese

Questa è una tipica ragazza occidentale attraente e felice.

anorexia

Questa, come si dice a Roma, rimorchia na cifra.

anorexia

Poi, finalmente arriva il Tibet.
E, per magia, tutto torna normale.

Queste sono brutalità.

monaci

Magico Tibet. Forse perchè ha gli stessi colori della Roma. "Maggica".
Forse perchè serve come enclave in Cina.
Forse perchè non sappiamo lasciare in pace le montagne.
Chissà.

Dopo il Tibet, si respira un'aria diversa.
Ora so che Sabrina Ferilli sa comunicare. Meglio di alcune laureate.

bellaebrava

Ultim'ora.
La Roma ha battuto il Milan, se l'Inter perde con il Palermo si riapre il campionato.
Maggica Roma. Maggico Tibet. Giallorossi.

Quando i buddisti menavano

Storia

Il Tibet, paese misterioso per antonomasia, ha da sempre suscitato un grande fascino negli occidentali. Il suo secolare isolamento dal resto del mondo e la sua complessa cultura piena di simboli metafisici, hanno involontariamente alimentato una vasta letteratura fantastica, basata più sui racconti di viaggiatori dotati di fervida immaginazione che su analisi documentate.

La storia del Tibet ci è stata sempre tramandata così intrisa di mitologie buddhiste e di tradizioni popolari da rendere molto difficile la loro separazione dai fatti storici veri e propri. Questa particolarità delle cronache storiche tibetane, peraltro tipiche di molti paesi asiatici, ha indotto diversi scrittori a descrivere il "Paese delle Nevi" in maniera alquanta fantasiosa e poco attinente alla realtà dei fatti, illustrandolo come il paese della magia e dei miracoli. Ricordiamo "Orizzonte perduto" di James Hilton del 1933 o "La rosa del Tibet" di Lionel Davidson del 1962. Romanzi che hanno perlomeno il pregio di presentarsi come opere di fantasia, senza pretese antropologiche.

Quella tibetana è una cultura complessa, che trae le sue origini da antichissime tradizioni ancora poco conosciute, se non completamente ignorate dai più. Informazioni frammentarie, slegate dall’intero ambiente culturale tibetano, e soprattutto senza un'adeguata conoscenza della filosofia buddhista, possono portare il pubblico ad una visione distorta delle tradizioni di un popolo che ha l’unica colpa di credere ancora nelle proprie radici e che non merita certo un’attenzione finalizzata unicamente alla soddisfazione delle nostre morbose curiosità o, peggio, ad un’utilizzazione consumistica della sua secolare cultura da parte dell’Occidente.

L’altopiano tibetano, il più vasto e alto della terra, venne a formarsi circa quaranta milioni di anni fa sotto l’immane spinta del subcontinente indiano che lo fece emergere dal mare, assieme alla catena dell’Himalaya.

Le cronache locali, intrise di miti buddhisti, fanno discendere i progenitori tibetani dall’accoppiamento del Bodhisattva della Compassione, Avalokitesvara, sotto sembianze di una scimmia, con una demonessa delle rocce. Essi generarono una stirpe di creature che si sarebbero via via sempre più umanizzate e civilizzate.

I primi dati tibetani storicamente attendibili, risalgono alla seconda metà del sesto secolo della nostra era, allorché il capo del Tibet Centrale iniziò una progressiva unificazione del paese. Suo figlio, Songtsen Gampo (617-650), sposò, tra le altre, due principesse buddhiste. Fondò diversi templi, tra i quali la Cattedrale di Lhasa (tib. Jo-Khang), promuovendo con fervore il Buddhismo nel paese. A lui si deve inoltre l’introduzione della scrittura della lingua tibetana con caratteri derivanti dal sanscrito. Songtsen Gampo sarà ricordato come il primo re religioso.

Il secondo re religioso fu Trisong Detsen, che salì al trono nel 755. Fervente buddhista, fondò, nel 799, il primo monastero del Tibet, Samye, invitando nel paese il taumaturgo indiano Padmasambhava e proclamando il Buddhismo religione di stato.

La figura che introdusse il buddismo tantrico (Vajrayana) in Tibet è Padmasambhava, il cui nome significa "nato dal loto". Si racconta infatti che Egli nacque miracolosamente da un fiore di loto sulla superficie del lago Danakosa in Udyana, mitica terra di maestri tantrici e Dakini (le "danzatrici del cielo"), che alcuni storici identificano con la valle dello Swat in Pakistan. In realtà è difficilissimo distinguere il personaggio storico dalle innumerevoli leggende che lo circondano; per moltissimi tibetani Egli fu il secondo Buddha.

Padmasambhava in Tibet è conosciuto con il nome di Guru Rimpoche ("maestro prezioso"), è venerato da tutti e la sua effigie è rappresentata in quasi tutti i monasteri. Giunse in Tibet nel VII secolo su invito del re Trisong Detsen e diffuse in modo significativo la dottrina buddista. Questo periodo è noto come l'epoca della "Prima diffusione della Dottrina", di cui il momento più emblematico fu la costruzione del primo monastero tibetano: Samye, alla cui edificazione sembra abbia partecipato lo stesso Padmasambhava.

La rapida ed irresistibile diffusione del buddismo in Tibet, trovò delle resistenze soprattutto da parte della nobiltà e del clero Bon, la religione tibetana preesistente. Il successore di Trisong Detsen, terzo re religioso Ralpa Chen (817 – 836), volle continuare l’opera di diffusione del Dharma iniziata dal padre: stabilì che le famiglie dovevano occuparsi del mantenimento dei monaci e costruì più di mille monasteri (Vihara). Perfezionò l’opera di traduzione dei testi buddisti e fece redire una edizione in sedici volumi degli insegnamenti conosciuta come "La Grande Madre" (Satasahasrika prajnaparamita sutra – il discorso in centomila versi sulla Perfetta Saggezza).

Ralpa Chen fu ucciso dal fratello Langdarma, che, come già detto, divenne re (836 – 842). Langdarma si opponeva alla diffusione degli insegnamenti buddisti, e diede inizio a una crudele persecuzione. Soprattutto nel Tibet centrale molti monaci vennero uccisi e i monasteri distrutti o confiscati. Il lignaggio (la successione della trasmissione orale diretta agli insegnamenti) di Padmasambhava fu mantenuto in vita da alcuni meditatori che, nei loro eremi sperduti tra i monti, praticarono e trasmisero ai discepoli l’insegnamento tantrico e conservarono scrupolosamente tutti i testi tradotti. Molti praticanti si rifugiarono nella regione del Kham, altri si recarono in India per ricevere gli insegnamenti direttamente dai grandi maestri (i Mahasiddha).

In seguito a questa violenta repressione, che chiuse definitivamente il periodo chiamato dei re religiosi, il Buddhismo, cacciato dal Tibet Centrale, rispuntò qualche tempo dopo nelle zone esterne, specialmente nell’Amdo e nel Ladakh. Il fervore religioso tibetano tornò a poco a poco a rifiorire trovando le sue massime espressioni in maestri come Naropa, Marpa, Milarepa.

I mongoli, che in quel periodo conoscevano il momento del loro grande splendore storico, intervennero direttamente nella vita tibetana. Il grande sovrano Gengis Khan (1206 – 1227), convocò alla sua corte i rappresentanti di tutte le maggiori religioni e di tutte le diverse confessioni (confuciani, taoisti, mussulmani, cristiani e buddisti oltre a maghi e sciamani); pare che egli abbia proclamato vincitori del primo congresso interreligioso della storia i maestri tibetani e che lui stesso si convertì al buddismo Vajrayana. Il sovrano mongolo Kublai Khan affidò il governo del Tibet al suo maestro: l’abate del monastero di Sakya (Sakya Pandita (1253)), a cui faceva capo la scuola Sakyapa. I mongoli e i tibetani fondarono così una sorta di patto sacerdotale in base al quale, mentre i tibetani si prendevano cura del benessere spirituale, i mongoli garantivano al Tibet la sicurezza temporale.

Nel 1349 il dominio dei Sakya venne rovesciato da altri feudatari, e seguirono lotte intestine tra i vari signorotti tibetani. La mancanza di un’effettiva autorità centrale riconosciuta da tutti fu causa di interminabili conflitti tra le diverse famiglie aristocratiche che spesso nascondevano i loro interessi dietro questioni dal sapore religioso.

Nel 1642 l’esercito mongolo di Gusri Khan intervenne in Tibet ed impose ai tibetani il governo temporale di un lama della scuola Gelugpa che chiamò Dalai Lama, allora già alla quinta incarnazione (il Dalai Lama è considerato un’emanazione di Avalokitesvara, la divinità della compassione universale che protegge il Tibet).

Il V Dalai Lama (conosciuto come "il grande quinto") cercò di realizzare un equilibrio tra le scuole limitando i privilegi dei Gelugpa. Diede all’organizzazione religiosa una costituzione che permane ancora oggi nel governo in esilio del XIV Dalai Lama, con cinque posti in parlamento riservati ai capi delle scuole, rispettivamente a: Nyingma, Kagyu, Sakya, Bon e Gelugpa.

Iniziò così il periodo più recente della storia tibetana caratterizzato dal governo del Dalai Lama che, pur appartenendo tradizionalmente alla scuola Gelugpa, ha sempre governato come il rappresentante di tutto il popolo tibetano; la sua autorità temporale e spirituale è sempre stata riconosciuta da tutte le scuole che hanno potuto svilupparsi liberamente in un clima ormai pacificato.

Dal XVIII secolo l’espansionismo cinese comincia a premere ai confini nord orientali del paese e l’imperialismo britannico minaccia il Tibet da sud. Gli ultimi tre secoli del Tibet sono stati caratterizzati dall’alternanza tra tranquillità e periodi di grave tensione finché, negli anni cinquanta, "Il Paese delle Nevi" ha perso la sua libertà in seguito all’invasione cinese.

giovedì 13 marzo 2008

Bugie dal 2001


Un rapporto definisce Hussein un terrorista, ma senza legami con Osama
Gli Usa: nessun legame Al Qaeda-Saddam
Il Pentagono smonta una delle ragioni che avevano spinto Bush all'invasione dell'Iraq


WASHINGTON – Non c’è la «pistola fumante», la prova provata dei rapporti tra Saddam Hussein e Al Qaeda. Questa la conclusione di un rapporto riservato redatto dal Pentagono. Un verdetto già espresso da esperti civili, ma che questa volta porta il sigillo dell’establishment militare americano. E, infatti, il rapporto che doveva essere presentato e diffuso, è stato di fatto semi-nascosto su decisione dell'amministrazione.

Chi lo desidera deve farne richiesta ufficiale e lo riceverà via posta. Sui siti è circolata solo una breve versione, di poche pagine. I ricercatori del Pentagono sono arrivati alla conclusione dopo aver esaminato 600 mila documenti ufficiali iracheni, confiscati dopo l’invasione del 2003, ed aver interrogato i funzionari del deposto regime. Dunque un lungo lavoro di scavo, durato mesi.

Secondo il dossier Saddam ha sostenuto il terrorismo di stato, ha intrecciato rapporti con formazioni radicali palestinesi, ma ha diretto le azioni eversive non contro gli Stati Uniti. L’obiettivo era rappresentato dai dissidenti iracheni. Inoltre, tra il 1999 e il 2000, il regime ha sviluppato un programma per lo sviluppo, la costruzione e l’addestramento all’uso di autobomba e cinture per attentatori suicidi. Tecniche poi adottate dai ribelli per contrastare la presenza americana.

Lo studio del Pentagono contraddice una delle “ragioni” presentate da Bush per giustificare la guerra: la collusione tra i qaedisti e la dittatura di Saddam. Prima dell’invasione la presenza di terroristi islamisti era limitata alla fazione Al Ansar e agli uomini di Al Zarkawi attestatisi in alcune basi nel Kurdistan. E’ dopo la caduta di Bagdad che i seguaci di Osama hanno scatenato la loro offensiva. Al Zarkawi si è spostato nell’area sunnita e dall’estero sono arrivati centinaia di volontari.

Guido Olimpio
13 marzo 2008

Quanto abuseranno ancora della nostra tolleranza ?

da Corriere.it

Figlia di desaparecidos denuncia
i genitori adottivi: «Ladri di bambini»
«Voglio per loro 25 anni di carcere»


Quelli che pensi siano i tuoi genitori, irascibili e violenti ma comunque la tua famiglia, un giorno scopri che sono dei «ladri», che t'hanno sottratto neonata a una donna rinchiusa in un centro clandestino di tortura «per soddisfare il desiderio egoista di avere un figlio»: «In nome di tutti i bambini nelle mie condizioni, nell'interesse dell'intera società» María Eugenia Sampallo Barragán vuole adesso — ed è il primo caso in Argentina — che quella coppia sia riconosciuta colpevole di sequestro e negazione di identità, e condannata al massimo della pena, 25 anni di galera. Gli stessi chiesti ieri dal pm. Più o meno il periodo che lei, ora trentenne, ha passato a casa dei due impostori, la signora Gómez e il signor Rivas, con la finta madre che non faceva che gridare e una volta — così ha testimoniato in aula una vicina — arrivò a dirle: «Se sei tanto ribelle devi essere figlia di una guerrigliera...».

Comunque non sua. Il 24 luglio del 2001 l'esame del Dna ha provato definitivamente che María Eugenia è nata da due militanti comunisti, Mirta Mabel Barragán e Leonardo Ruben Sampallo, operai attivi nel sindacato e per questo nel 1977 sequestrati e fatti sparire dalle squadre al servizio dei militari golpisti. Rinchiusa nel centro di tortura Club Atlético e poi a El Banco, Mirta viene tenuta in vita fino al '78: è incinta, e la bimba che dà alla luce a febbraio di quell'anno può rientrare nel «traffico» di figli di dissidenti (almeno 500, calcolano le Nonne di Plaza de Mayo, 88 ritrovati finora) affidati a famiglie vicine al regime. È la sorte di María Eugenia. Grazie all'intervento dell'ex capitano Berthier — coimputato dei finti genitori nel processo in corso a Buenos Aires — vecchio amico della Gómez, la coppia a maggio del '78, riceve la neonata e usando un falso certificato di nascita la registra come figlia propria. «Un oggetto — accusa l'avvocato della ragazza —. Rivas e Gómez non sono mai stati una famiglia per lei. La trattarono come un oggetto, cancellarono la sua identità e la privarono del legame con la sua famiglia, che l'ha cercata per 24 anni».

Certamente l'ha fatto la nonna Barragán. Ma anche un fratello maggiore, nato dalla precedente unione della madre, come nella trama del film Hijos (figli) dell'italoargentino Marco Bechis si è impegnato tanto per ritrovarla. I primi dubbi a María Eugenia vengono già da bambina e sono gli stessi genitori a instillarglieli. Quando la piccola ha 7 anni, Rivas e Gómez le confessano che è stata adottata, inventando però via via delle storie sempre più perverse: che i suoi veri genitori sono morti in un incidente d'auto, che sua madre è una domestica che ha regalato loro la bambina, anzi no, che è un'hostess rimasta incinta in Europa in seguito a una relazione extraconiugale... Una marea di bugie, unite a liti furibonde e maltrattamenti, che nel 2000 — María Eugenia già è andata via di casa da due anni — convincono la ragazza a bussare alla porta della Commissione nazionale per il diritto all'identità (Conadi), istituita presso il ministero della Giustizia argentino.

A riceverla è Claudia Carlotto, coordinatrice della Conadi — nonché figlia della leader delle Nonne di Plaza di Mayo, Estela — che l'aiuta ad avviare le ricerche per l'identificazione dei veri genitori (è proprio lei a comunicarle il nome della madre), e a impostare il processo ora arrivato alla fase del dibattimento. Un percorso faticoso e commovente per María Eugenia, raccontano, fatto anche di pressioni psicologiche, di telefonate mute e intimidazioni, soprattutto da parte di quel capitano Berthier, l'intermediario coimputato, il vecchio e ambiguo amico di famiglia. «María Eugenia è una ragazza molto coraggiosa — dice al telefono Estela Carlotto —, la prima vittima in Argentina a portare in tribunale i "ladri" che l'hanno sequestrata. Ci auguriamo che la condanna sia esemplare».

Alessandra Coppola
13 marzo 2008

mercoledì 12 marzo 2008

La Cina ci supera. Sulla tutela dei diritti umani

Dopo aver pranzato e preso il caffè una delle mie attività preferite è rispondere ai sondaggi su Corriere.it.
A volte sono in maggioranza, a volte mi colloco in una nicchia di eterodossi, a volte sono "sparuta minoranza". E' la vita. Mica si può sempre essere in accordo con tutti.
Ho cliccato il mio voto su una questione interessante. "Per gli Usa la Cina non viola più gravemente i diritti umani: siete d’accordo?".
Pensando al fatto che uno, in Italia, per essere rappresentante del popolo, deve essere simpatico al capo bastone locale di due o tre formazioni politiche, ho cliccato SI.
La Cina è molto più democratica dell'Italia. Ora.
Ok. Picchia i prigionieri. E' brutto.
Ma violare quotidianamente la Costituzione non è molto peggio ?
Ma oscurare siti e Blog che raccontano realtà diverse non è molto peggio ?
Ma picchiare ragazzi perchè gay o sottoporre bambini a plastiche facciali perchè "brutti" non è aberrante ?
Ma uccidere ragazzi in cella perchè in possesso di sostanze psicotrope (mentre i medici possono assegnarle a chiunque), non è totalitario ?
Ma costringersi all'anoressia per essere accettati in società non è mostruoso ?
Complimenti agli Stati Uniti.
Fra un po' Amnesty International dovrà occuparsi maggiormente di noi.
E lasciare in pace i cinesi.

Ahhh...sono una sparuta minoranza. E godo.

Risultati

Per gli Usa la Cina non viola più gravemente i diritti umani: siete d’accordo?


No
94.7%



5.3%


Numero votanti: 5018

martedì 4 marzo 2008

Ci ha lasciato una grande giurista

Le donne e gli uomini moderni le devono molto.
Io la ringrazio. Un esempio per chi vuol parlare e scrivere di legge e libertà.

da Corriere.it

Legale storico delle donne vittime di abusi

Morta a Roma Tina Lagostena Bassi

L'avvocato aveva 82 anni, era nata a Milano

Tina Lagostena Bassi (Ansa)
ROMA - È morta a Roma l'avvocato Tina Lagostena Bassi. Legale storico in processi per stupro in cui assisteva donne vittime di abusi, tra cui quello contro gli autori del massacro del Circeo.

MALATA DA TEMPO - Augusta Lagostena Bassi, ma era conosciuta come Tina, aveva 82 anni ed era nata a Milano. Secondo quanto appreso Tina Lagostena Bassi, malata da tempo, è morta in una casa di cura privata della Capitale.

AVVOCATO - Le sue arringhe passarono alla storia: Lagostena Bassi fu tra le prime a usare con termini asciutti, persino crudi, la violenza subita dalle sue assistite vittime di violenza sessuale, rompendo un muro di silenzio e di conformismo che esisteva tanto nella società quanto nei tribunali italiani. Fu lei ha introdurre, per esempio, la parola «stupro». Fu tra le fondatrici del Telefono Rosa. Ebbe anche incarichi istituzionali, come quello di presidente della Commissione nazionale pari opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei ministri dal 1994 al 1995. È eletta deputato nelle file di Forza Italia nella XII legislatura, membro della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati ed è coautrice nel 1996 della legge contro la violenza sessuale.

IN TV - Lagostena Bassi era un volto molto noto anche per il pubblico televisivo: nel 1998 affiancò il giudice Santi Licheri nel programma Forum (Mediaset). E' stata anche sceneggiatrice della miniserie tv «L'avvocato delle donne» (Rai), serie tratta da un suo libro e interpretata da Mariangela Melato.

domenica 2 marzo 2008

Si poteva cominciare meglio, ma...

Consoliamoci. I millenni non iniziano mai bene.

All’inizio di quelli occidentali cristiani ci sarà anche stata una resurrezione.

E per quanto attiene al livello esistenziale umano, questa è avvenuta senza ombra di dubbio.

Gesù Cristo, o comunque vogliate chiamarlo, è, a mio giudizio, un essere umano profondamente evoluto.

Un uomo moderno. Perchè la modernità non vuole secolarizzare il mondo, come invece viene accusata.


E la modernità, almeno quando si rivela attraverso esperienze umane che creano scuole di pensiero e modalità nuove di percepire il reale, non viene trattata coi guanti.

Iniziano i tempi nuovi ed un giovane di trentatre anni viene condannato a morte.

Per lo stesso motivo di Socrate o di Moritz Schlick. Perchè non riconoscono come fondante l’opinione (della classe politica concretamente al potere) relativa alla comprensione dei rapporti sociali, sessuali ed economici, ne pongono a critica i principi, e ne propongono di nuovi alle masse dialoganti. Il cristianesimo degli inizi pone una cesura completa col modo precedente di interpretare il rapporto servo-padrone. Attenzione. Non annulla la dinamica, mirabilmente espressa da Arisotele nel trattato la Politica, di differenza tra chi sa fare e chi sa prevedere. La interpreta diversamente.

Divide l’economia dalla religione tribale. Vi è la spiegazione, artisticamente ed emozionalmente mirabile, tipicamente greco-giudaica, di un ambito, di una sfera personale dove anche il servo è padrone. Dove il padrone non può entrare perchè anche lui in quella sfera è solo. La propria sfera interna di giudizio sul mondo. Il proprio contatto con l’assoluto.

Io potrò anche, come persona, fingere di accettare le modalità di percezione dominante, o quelle di un compagno o di una compagna affettiva.

Ma soltanto per convenienza economica, emozionale, sessuale: non per convinzione esistenziale.

La convenzione è il contratto: si accetta per convenienza. Perchè quel comportamento mi fa presagire una ricompensa materiale o immateriale dai soggetti dominanti e quindi una maggiore speranza di chances di vita, con una possibilità di programmazione di futuro. Per Gesù l’uomo ha un futuro senza bisogno di patteggiamenti con un altro uomo. L’unico patto è con l’Assoluto. E quindi tutti possono imparare a prevedere, a governarsi. Tutti possono aspirare a non essere servi di chi sa prevedere il futuro, esattamente come gli agricoltori e i pastori.

Perchè Gesù crede nel futuro, così come nell’agricoltura e nella pastorizia.

Come l’uomo moderno: un futuro dove, un giorno, poter affermare il personale modello di percezione e partecipazione al mondo.

Ma il terzo millennio che per convenzione faccio iniziare dal 2001, non è cominciato bene.

Ecco perchè siamo così inquieti, frustrati e depressi. Come i newyorkesi.

Consoliamoci. Co’ l’aijetto, ovviamente.